La nostra velocità

Nel paese delle creature selvagge, non è il solito film per bambini. O meglio, sono i bambini a cui si riferisce che sono un poco insoliti, non solo perché già cresciuti, ma perché al cinema ci vanno sapendo bene che quello a cui stanno per assistere perché ne hanno fatto passaparola con i propri amici, perché sanno chi è Spike Jonze per il fatto di aver passato interi pomeriggi della propria adolescenza davanti ad MTV, o ad ascoltare i Bestie Boys o a skatare nei parchi di provincia. Nel paese delle creature selvagge è un surrogato divertente e spassionato di un immaginario che (forse) ci appartiene più di ogni ideologia imparata sui libri che abbiamo letto da soli, più delle pretese di poter dire la nostra sullo stato delle cose. Per spiegare a chi è più grande di noi chi sono i bambini a cui si rivolge questo film mi sorge solo un ricordo: la cassetta registrata di Ok Computer, con i titoli scritti a penna dalla calligrafia spigolosa e illeggibile di un compagno di classe che passava le giornate di fronte ad un Commodor 64. Ne aggiungo altri: Electrolite, l’ultima dolcissima traccia di New adventures in hi-fi dei R.E.M., e il mondo alla rovescia del suo video, la pubblicità di un profumo con la voce di Bjork, la folle corsa di Ewan McGregor al ritmo di Iggy Pop. Veloce come lui, Max, il bambino protagonista, corre a prendere il mare lasciandosi dietro mamma, fidanzato della mamma e sorella stronza e si ritrova in un mondo popolato da mostri che più che buoni o cattivi, sembrano solo alla ricerca di una ragione della propria esistenza. Max diventa il loro re, ma non bastano i giochi, le corse a ritmo di batteria, le grandi opere, le promesse di un‘amicizia che non finirà mai: l’incanto si spezza quando c’è da fare sul serio. Per Max è meglio allora tornare a casa, la mamma è lì pronta ad accoglierlo a braccia aperte e a riempirlo di coccole. Come ogni bambino vero, ha imparato la lezione. Noi bambini più grandi invece, presi dall’incantamento, facciamo volentieri a meno della morale. Spike Jonze, in questo, colpisce nel segno. Il film schizza direttamente dalle sue corde alle nostre, aiutato dagli effetti speciali a dare realtà materica ad un mondo che più che fantastico è diverso, sporco, polveroso, per nulla idealizzato e trasposto attraverso uno sguardo naif che è solo l’apparenza di un disincanto; anche gli intermezzi che si rifanno di più all’esperienza del videoclip sono un modo autentico per ribadire una forma che è ormai il segno di una generazione. Dave Eggers, figlio orgoglioso del suo tempo, aiuta Jonze a riscrivere una delle più celebri favole della tradizione americana rendendola viva e attuale e facendo di Max una simpatica canaglia che ci ricorda il fratellino de L’Opera struggente di un formidabile genio: un bambino che fra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, a star da solo, finiva per guardare troppa MTV.