TRE TESI SU GIOVENTU’, DISAMORE E APATIA

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Gli ignavi sono esseri tristi che: “vissere sanza infamia e sanza lodo. Mischiate son a quel cattivo coro delli angeli che non furon ribelli né furon fedeli a Dio, ma per il se foro”. Si legge nella Divina Commedia. “Questi siaurati, che mai non fur vivi”. Uomini, o angeli, che non presero mai una scelta sulla loro vita: una costante sotterranea che oggi riaffiora come specchio della condizione giovanile. Un esempio di questa tendenza sono I Né Né, come li hanno chiamati sui giornali, ossia i giovani che non lavorano e non studiano, e che elevano la caratteristica situazione di sospensione della giovinezza a stato assoluto. Ma se i Né Né sono una minoranza estrema, le stesse caratteristiche si ritrovano anche in coloro che, apparentemente, seguono una scia: c’è chi studia e lo fa senza convinzione, per rimandare l’incontro con il mondo del lavoro; c’è chi, senza convinzione, lavora, ma rimanda la scelta usando la precarietà come alibi. Si finisce a fare i dog-sitter o i centralinisti o in impieghi lontani da quello per cui si è studiato, privilegiando -e a volte se ne è costretti- uno stato di sospensione, che porta ad evitare le scelte troppo definitive, spaventati dal fatto che imboccare una carriera lavorativa stabile comporti un investimento vincolante sul proprio futuro. Il grande passo è pensarsi come adulti: di fronte a questa sfida molti rispondono Né Né. Una scelta di comodo, dietro la quale si insinua l’a-tragicità, che è la vera tragedia della situazione contemporanea.

Durante l’estate è uscito il rapporto del CENSIS sui giovani italiani, nel quale si fotografa una generazione che mette la personalità come fonte primaria della propria auto rappresentazione nella società. Ragazzi che pongono al centro dei loro valori una cosiddetta libertà, ritenuta necessaria per la propria affermazione rispetto a un contesto da cui si pretende la massima possibilità di espressione. I genitori non sono più concepiti nella loro alterità ma come coetanei con i quali discutere, la famiglia e il proprio giro di amici divengono roccaforti da difendere a discapito del diverso, ovvero chi minaccia quella sicurezza che, appunto, è chiamata libertà. La società è sciolta dai vincoli del perbenismo, ritenuto ipocrita e dai lacci delle relazioni con gli altri, ridotti a pura estensione di sé. Ognuno si ritrova liberato nella presunzione di dire le cose come stanno. Senza più nessuna retorica, senza ideologia, nella spudorata affermazione del proprio io.

Chi guarda la nostra generazione può riscontrare due tendenze contrapposte, germinate in un terreno comune. Nella prima regna la sfiducia verso il mondo, il disorientamento e l’incapacità di affrontare il passaggio verso l’età adulta. Nella seconda vige invece l’esaltazione di sé stessi: il voler a tutti i costi essere nel flusso delle cose, diventando l’avanguardia del mondo che ha decretato la fine della Storia. I primi si possono definire gli ignavi, i secondi i narcisisti.

IL CASTELLO

Un prato ben curato, un giardino alla francese in cui potersi sedere ad attendere l’alba: un artificiale nuovo giorno che brilla di una luce creata apposta per noi. Accanto a Maria Antonietta di Sofia Coppola attendiamo il nostro futuro, continuamente reiterato in una serie di distrazioni, feste, vestiti. Ogni tanto arrivano gli echi dei tumulti che sconvolgono il mondo esterno, ma nelle nostre orecchie si trasformano in rumori fastidiosi, che si frappongono all’estenuante ricerca della felicità. Propria di chi è stato servito in tutti i modi possibili. Di chi ha ricevuto divertimento, spiritualità, sesso, amicizie. Tutto è sempre stato intorno a noi, tutto è stato costruito “apposta” per noi da un Potere a cui consegniamo il nostro destino.

Si rimane così cullati nell’ampolla della mondanità o in quella mediatico-tecnologica. L’una stimola come la cocaina, l’altra intorpidisce come l’oppio, ma il risultato è lo stesso: evadere dalla realtà. Se lo sballo tende a eccedere il reale trasformandolo in un super-reale, l’ampolla mediatico-tecnologica tende invece ad anestetizzare il rapporto con il reale banalizzandolo.

L’esperienza di vita, infatti, con protesi come la tv, internet, i videogiochi, resta atrofizzata: la qualità esperienziale ed emozionale che i vari media ci propongono è infinitamente più variegata della vita di tutti i giorni, ma anche infinitamente più rozza del contraddittorio dato esperienziale.

La nostra piccola Versailles non è pronta a soddisfarci solo nell’incontro con l’altro, quello che crea il rischio, la tensione, l’imprevedibilità da cui nasce la vita. Affacciati al balcone della reggia non possiamo vedere i volti del popolo francese, ne udiamo soltanto gli echi, ancorati alla persona di una regina che sarà costretta ad incontrare la Storia. Nella negazione di un incontro tra Maria Antonietta e il suo popolo sta il momento di scissione tra la ragazzina specchio dei nostri tempi mediati e la sovrana che si scontra con il proprio destino: non a caso il film finisce qui. Nell’incontro con la Storia la vita di Maria Antonietta inizia, mentre la nostra si ferma nella sua trasposizione cinematografica. Ciò che ci è tolto è la fatica del reale. Tutto rimane nella superficie, nell’ambito della leggerezza, del non impegno. Tutto è liberato.

IL GRANDE MALE

La distanza nei confronti del mondo è dovuta a una consapevolezza sconvolgente: il mondo è corrotto, dominato dal male, dalla meschinità, dalla menzogna. Solitamente una visione fosca della vita la si acquista nel corso degli anni mediante l’esperienza. Oggi, invece, sembra che si sappia come vanno le cose senza la necessità di sporcarsi le mani. Di fronte alla constatazione dell’assolutezza dell’Avversario da affrontare, la paura si trasforma in terrore del mondo: mentre la prima stimola a fuggire o ribellarsi, il terrore ci immobilizza, si manifesta quando ci troviamo di fronte a qualcosa che ci appare onnipresente, contro il quale non possiamo lottare. Ci si riduce così a uno stato catatonico, semplici oggetti nelle mani del destino.

Ne è sintomo la fascinazione verso il nazismo dell’arte contemporanea. Paradossalmente, oggi ci troviamo oppressi da qualcosa di sovraumano, difficilmente nominabile rispetto al Potere della Germania nazista. Il male diventa dissolto e le nostre paure hanno la possibilità di crescere senza limiti, senza riscontri all’infinito. La violenza nelle arti, costantemente rappresentata, finisce per rassicurarci, diventando un’oggettivazione del nostro vago malessere che alla fine ci conforta. Visione novecentesca, immagine ormai codificata rispetto all’ambiguità sfuggente del male contemporaneo.

Bloccati in un mondo che si prospetta il peggiore dei mondi possibili, ci si ritrova come piccole Maria Antonietta, galleggiando su isole di denaro che assumono le sembianze dei nostri genitori. Nonostante la crisi, ci ancoriamo a riserve di soldi che ci tolgono le responsabilità, ci allontanano da un giusto senso di colpa generato dalle origini darwiniane del nostro benessere, lasciandoci al loro posto la noia di un terrore perpetuo.

OBLOMOV

Mentre noi ci culliamo in un’eterna bonaccia, illusi dell’immobilismo di cui si legge dagli editorialisti, la storia non è finita e non è nemmeno rallentata. Ci passa accanto indisturbata mentre modifica le nostre esistenze e il nostro futuro. Ci si trova a reagire come novelli Oblomov del romanzo di Goncarov, che, di fronte a una nuova realtà veloce e aggressiva, tenta pigramente di non perdere gli ultimi residui di sé. Oggi, nati con la conquistata libertà dei nostri padri e madri, si è al contempo defraudati della loro storia, in generale del passato. Oblomov finiva i suoi giorni con una serva del popolo in un idillio pastorale, un ritorno alla semplicità e bellezza dell’antichità. Oggi i sogni dell’arcadia sono l’ultimo stadio della mancanza di messa in discussione di se stessi: seguendo le mode new age o gli ideali di un nuovo eremitismo, si ricostruisce una bolla privata lontana dai tumulti della storia ma anche sterile perpetuazione del proprio io. Convinti di resuscitare un passato nel solco della tradizione, che i nostri genitori hanno reciso in nome della loro libertà, si sente il bisogno di ritrovare un’identità inevitabilmente orfana di un contesto.

PADRI E FIGLI

Tutti vogliono essere, come preannunciava Rimbaud, moderni e quindi giovani. La giovinezza è diventata un feticcio, un idolo al quale rassomigliare, da vezzeggiare. Tutti oggi sembrano voler essere vitali, ardenti e spudorati; belli, freschi e veloci come la gioventù. Dal maestro di scuola all’imprenditore, dal Premier allo Stato stesso: la parola d’ordine è sex appeal. Nel desiderio dei padri ad indossare le vesti dei propri figli si nasconde la volontà a ridurre i giovani a pura rappresentazione simbolica.

Diventati un simulacro, ridotti alla pura merce consumata, stereotipati in comportamenti precostituiti, i giovani sono espropriati del proprio ruolo e così diventano anziani: paurosi, sfiduciati, pieni di rimpianti e ricordi dei bei tempi passati. Chiusi in una dimensione eminentemente nostalgica, dove l’unico legame generazionale è dato da un’animazione seriale giapponese.

CONCLUSIONE

Unici uomini a non appartenere né al Cielo né alle Viscere. Chiusi nella nostra piccola isola, sembriamo condannati a cercare eternamente una bandiera da raggiungere, un obbiettivo semplice che ci spinga costantemente a correre come i dannati di Dante.: “Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

Fuori dallo spazio sociale, come gli ignavi, o annegati nella società, come i narcisi, nel possibile momento del nostro risveglio –nel passo verso l’età adulta- andiamo alla ricerca di qualcosa che trascenda lo stato delle cose, capace di buttarci oltre il regno dove le cose sono comodamente a portata di mano. Scendendo in strada, dove tutto ci appare sporco e deludente, siamo costretti a confrontarci con noi stessi, figure mostruose ed esasperate dal cambiamento in atto nei nostri corpi.

La prepotenza dell’Io, tipica dei narcisi, offre uno spunto da cui ripartire: ritrovarsi a vivere “in prima persona”, lontani dalle strutture su cui le generazioni precedenti hanno delegato le proprie responsabilità. L’impasse, invece, di coloro che non sanno più scegliere e vivono in una bolla privata è il segno di una coscienza, che ora schiaccia l’azione ma che sarà necessaria per una nuova partenza.

Usciti dallo stato di sospensione, che ci lascia fuori dalla storia, ci ritroviamo con la necessità di unire l’irruenza dei narcisi e la profondità degli ignavi per affrontare un aut aut: continuare a delegare la responsabilità o assumerne il peso. Di fronte all’orizzonte comune della fragilità dell’esistenza, nasce lo scarto necessario a vedere il volto dell’altro. Un incontro nel quale si rinuncia alla vanità, esponendo la propria debolezza in un rapporto che sostituisce le mediazioni a favore di un contatto carnale. Su queste basi si ricreano piccole e ibride comunità, finalmente in dialogo con la storia, ma consapevoli della propria limitatezza.

Il terreno in cui lasciamo questa analisi, sicuramente incompleta, manchevole e superficiale, dovrebbe generare una capacità nuova e più gentile di comprensione con l’altro. Mostrandoci per primi nei limiti e nelle mostruosità, in una confessione dolorosa della nostra fragilità crediamo di poter innescare nuovi rapporti: abbandonare i muri eretti dalla propria vanità e svelarsi in uno spazio intimo, diretto e umano, trovandosi volontariamente e coraggiosamente spogli, di fronte all’altro, con la preoccupazione di avere da affrontare lo stesso luogo inospitale.

γ commenti

  1. Comment #1
    Gad on ottobre 29, 2009 at 13:49

    Articolo fin troppo breve per i temi che affronta, comunque pieno di tante cose fondamentali per dirci la verità, una verità, sulla direzione delle nostre vite, al singolare e al plurale…neanche il giardino di Candide o l’idillio di Oblomov sono scelte ammirevoli, forse qualcosa ci dice Sloterdjik nel suo ultimo testo….

  2. Comment #2
    Gad on ottobre 29, 2009 at 13:51

    o forse dovremmo partire semplicemente, come il testo suggerisce, dal racconto delle nostre malattie dell’umore, come una comunità di recupero…

  3. Comment #3
    felix on ottobre 29, 2009 at 14:38

    descrizione parzialissima - ed è un bene - ma poco rigorosa nel definire il “noi”. la categoria generazione appare svincolata da gabbie socio-economiche e in parte geografiche (non da quelle dei consumi, anche culturali), ma non esime da una definizione. se non dite chi siete “voi” come potete rivolgevi a “noi”?

  4. Comment #4
    mad on ottobre 29, 2009 at 14:45

    Perdonate la reazione, ma mi esce dal cuore e con tutto il cuore: ma ragazzi CHE STRAZIO! Questo polpettone d’articolo (o quel che è) è veramente “vecchio dentro”, non dice nulla di nuovo: le solite, sentite e strarisentite quattro logorroiche lamentele in salsa intelletualchic. Ma a che serve sbrodolarsi addosso ancora? A questo punto pisciamoci sui piedi che tanto siamo tutti disagiati, depressi o, tutt’al più, fighetti borghesi e celebrolesi reclusi in un luogo inospitale. Uè, compari di generazione, ripigliatevi per favore! Che se, chi della nostra generazione pensa, pensa così, siamo a posto…

  5. Comment #5
    mad on ottobre 29, 2009 at 14:47

    ecco appunto, quel noi, tenetevolo per voi…

  6. Comment #6
    Gad on ottobre 29, 2009 at 16:15

    A Mad, ma come scrivi? Scommetto che tu sei uno di quelli che considerano “la malattia” una “questione retorica”…Nessuno si sbrodola, se essere ggiovani dentro significa sentir puzza di intellettualchic appena qualcuno azzarda una riflessione, ‘nnamo bbene…

  7. Comment #7
    Daniela Persico on ottobre 30, 2009 at 10:17

    Giusto per puntualizzare. L’articolo è sicuramente stato imbastito forse troppo velocemente ma -una volta tanto- sentendone la necessità soprattutto per poter ripartire in un modo nuovo sul versante “critico” che questo sito si propone di essere.
    Questa breve esplorazione di un territorio che è intorno e dentro noi (NATI NEGLI ANNI 80) voleva essere uno spunto per individuare le opere che meglio evocano questo scenario e (anche) alcune vie d’uscita.
    dunque questo pezzo vuole essere soltanto un inizio di un percorso (questo sito) e un inizio di un dialogo (con voi) che FINALMENTE è iniziato!

    …sapevo che bisognava essere un pochino bombaroli…

    daniela

  8. Comment #8
    Giovanna Cicciari on novembre 12, 2009 at 14:59

    I cretini che non hanno visto la Madonna, hanno orrore di sé, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne - in convenevoli del quotidiano fatte preghiere,- e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’umiltà è conditio prima. I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non significa accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino. Religione è una parola antica. Al momento chiamiamola educazione.

il rivelatore

 


 
"Non si tratta semplicemente di “fare critica”: piuttosto di sconfinare, pensare insieme, oltre la distinzione tra critici e artisti, coinvolgere questi ultimi e chiunque ne abbia la voglia, l’urgenza, in un processo attivo e reale di confronto e riflessione, per capire il presente." ...