Il principio di prevalenza dell’intenzione sulla tecnica

san2A qualche settimana dalla chiusura di Santarcangelo 39 e della sua controparte popular, Santarcangelo Immensa si può tentare di dare una risposta rilassata alla domanda programmatica posta da Chiara Guidi, direttrice artistica della prima fase del progetto triennale di rilancio del festival, a monte della rassegna: è possibile lasciare al suono la responsabilità di una visione? Raccolti i dati forniti dal programma, in estrema sintesi la risposta è “molto probabilmente no”; e forse la stessa Guidi se ne era resa conto fin da subito, individuando nell’anatomia del festival il “tema del fallimento che deriva proprio da questa evanescenza della musica che si promana per eclissi”.

Diciamo che nei giorni di Santarcangelo è apparso evidente quanto il suono di per sé non fosse quasi mai sufficiente a definire una rappresentazione. Banale paradigma di questa impressione: la performance di Yoshimasa Kato e Yuichi Ito (laconico duo giapponese, mascotte del Centro festival: memorabile la loro uscita di scena, dopo quasi trenta repliche, in un tripudio di battimani e “ciao ciao”), che devono necessariamente intervenire con mano sulla materia fisica al centro del loro spettacolo, sorta di fluido versato sul cono di un altoparlante e mosso dalle vibrazioni da esso prodotte, per riuscire nell’intento di simulare la presenza di una forma di vita. Il messaggio secondario che traspare è in un certo senso sconfortante: quello del suono è un sistema incompleto, insufficiente per auto-alimentarsi e generare un’azione, una drammaturgia, per abbandonare la sfera dell’udibile. Il lavoro dei due è anche esemplare di un altro sentimento condiviso dal pubblico del festival, che appare entusiasta delle piccolezze, delle idee semplici come quella alla base di I Am Sitting in a Room, storico esperimento di Alvin Lucier replicato a quarant’anni dal suo concepimento e accolto da un’incredibile sforzo di attenzione e affetto.

Di conseguenza, molta più freddezza emana (e ritorna) dagli spettacoli che si confrontano apertamente con nomi ed eredità pesanti: è il caso, per esempio, del contesto sproporzionato della Macchina di Kafka dei Masque teatro e, in misura minore, della Conduction di Butch Morris costruita su frammenti di Giovanni Pascoli, un “coro di poeti” formati nei giorni precedenti in un laboratorio curato dal compositore, in cui i versi pascoliani vengono convogliati in un brusio sottile, affascinante, ma in fretta esausto. Simile sorte per l’esperimento di Arto Lindsay: soprattutto perché atteso con tanta curiosità, è la grande delusione del festival. Il musicista, con i DNA eroe transnazionale della ‘no wave’ di trent’anni fa e da lì mai più a quei vertici di ferocia e disperazione, si inventa il pretesto improbabile di una sorta di rievocazione della figura di Simone lo stilita, abbandona l’idea di un palcoscenico e di un sistema di speaker frontale, confina i musicisti su cinque torri poste ad angoli diversi di piazza Ganganelli e si scontra con la fisica acustica e con l’impresa di sincronizzare e miscelare sorgenti sonore così distanti tra loro. In suo aiuto accorrono – pare – grandi studiosi e dispositivi futuribili che tentano di migliorare la latenza del suono; ma l’impressione, fermandosi o muovendosi nella piazza, è solo quella di un tropicalismo caotico, improvvisacchiato, non troppo organizzato. La scelta di rivestire questa ricerca con una musica che è essenzialmente, prepotentemente ritmica è ulteriormente paradossale. Questi i rischi (e anche i meriti) del festival, in massima parte costruito a partire da lavori commissionati per l’occasione; quindi sperimentali, perfettibili, scivolosi.

La ricerca dell’immaginazione del suono nel buio è un altro micro-tema che si è innestato sul programma con esiti diversi. Innervosisce la Gorgone di Ortographe, che si ritaglia 20 minuti di oscurità assoluta e – con tutte le meraviglie che si possono inventare al buio! – si limita a far circolare una pattinatrice intrecciando di tanto in tanto il suono delle ruote con un’onda sonora digitale. Più onesti il Dilata interiòra di Filippo Tappi, che per lo meno ha il gusto di non pilotare la suggestione del pubblico e lo lascia libero di inventarsi i propri fantasmi in un ambiente totalmente buio in cui non succede niente, e gli angosciosi bui dell’emozionante lavoro dei Muta Imago, eccezionale esercizio di induzione alla tensione. E poi: dalla penombra della camera d’albergo da cui emergono il corpo quasi-morto di Jim Fletcher, protagonista di Showcase di Richard Maxwell (tra i momenti più coinvolgenti del festival, e anche tra le proposte più eccentriche rispetto al fuoco del programma) e la figura buffa e un po’ barcollante di Phil Minton, fino al buio ideale del non-visto che investe metà dello spettacolo di Fanny & Alexander e l’azione allucinante di uno dei momenti più tesi della rassegna, l’esperimento fiabesco e crudele del Teatro Anatomico Infantile di Chiara Guidi e Scott Gibbons, che conducono un gruppo di bambini in una casa del paese e lasciano all’ansia degli spettatori, sulla strada antistante, la condanna e il privilegio di immaginarne la sorte.

Nell’economia del festival funziona l’idea di mantenere i due binari (quasi sempre paralleli, quasi mai possibilmente intrecciabili) dell’acume del “39” e degli spettacoli di strada di “Immensa”: la dimensione popolare del teatro è quella che ha portato i numeri, la passeggiata, le famiglie (e avrà fatto contente le botteghe, tendenzialmente restie, pare, ad accettare l’annuale disorientamento portato dal festival). A cavallo di questi mondi si colloca il trasferimento di una situazione spontanea e ultra-indipendente come la Gara delle batterie elettroniche (che si tiene periodicamente in luoghi marginali della Romagna e di altre parti d’Italia) in un contesto istituzionale in cui la novità sta nel poter disporre del sound system elefantiaco lasciato sulla piazza da Lindsay. Il gioco funziona a singhiozzo, non viene capito, è oggetto di disattenzione e di sollecitazioni ad “abbassare il volume” da parte delle forze dell’ordine; ma dà corpo a una delle tracce fondamentali del festival: il principio di prevalenza dell’intenzione sulla tecnica. E questo, forse può bastare.

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