Quello che è stato non tornerà

panchinaseppia
A volte capita che in una discussione qualcuno riproponga il solito elogio della lentezza, propugnandolo come l’antidoto allo stress e alla velocità del modo di vivere attuale. Questa è però una soluzione troppo facile, un po’ troppo slow food, in cui si propina una lenta degustazione come antidoto al cibo cattivo. La lentezza di per sé è in realtà un concetto molto più complesso, che implica una problematicità maggiore e uno scontro inevitabile tra passato e presente. Una delle caratteristiche più spiccate dei lavori di Duccio Boscoli, è rivolta proprio verso questo problema.
Duccio Boscoli ha quasi trent’anni. Fino ad ora è riuscito a pubblicare solo un fumetto breve. Di fatto non ne ha realizzati molti di più. Questa parsimonia nella produzione non è dovuta alla pigrizia, ma semplicemente a un approccio diverso nell’affrontare le cose. Una capacità che gli consente di impregnare le sue storie con una costellazione di emozioni, ansie e vissuti di un altro tempo, o di un altrove, concretizzandole poi in storie di vissuto quotidiano. Per capirci meglio si può citare il titolo del suo unico fumetto breve pubblicato per la prestigiosa rivista di Igort, Black: Quello che è stato non tornerà. La storia di per sé è semplicissima. Un anziano vedovo guarda la tv. Vedendo una pubblicità di un gelato, scende a comprarsene uno. Nel suo lento muoversi per la casa entriamo nelle stanze della sua psicologia, della sua vita fatta di innumerevoli riti e di immense solitudini. Arrivando al bar si compra il suo gelato senza che in realtà nessuno lo noti, finché non si scontra con un ragazzino. Il gelato cade per terra. Il ragazzino imbarazzato pronuncia l’unica frase rivolta all’anziano signore e l’unica che sentiamo per tutto il fumetto. Nella sua volontà di mostrarci ogni minimo particolare e ogni gesto del percorso di una giornata estiva dell’anziano signore, Boscoli adopera modalità quasi cinematografiche, simili a quelle del fumettista svizzero Thomas Ott. Nel caso dell’autore svizzero il ripetersi consequenziale e ludico delle scene innesca un meccanismo ineluttabile per i suoi personaggi che fa sfociare la storia spesso nell’orrido. In Boscoli invece il lato ludico sembra soppiantato da quello immaginifico. I luoghi nel loro lento scorrere perdono di veridicità e di realismo per impregnarsi di ricordi di chi li ha vissuti. Tutto ciò provoca un effetto di sospensione e di arcaicità delle cose, che sembrano costantemente evocare un altrove che forse non hanno mai realmente posseduto. Nel narrare le storie Boscoli dimostra una sapienza e una sicurezza notevoli. Non così invece nel tratto. Memore delle proprie origini ferraresi, si sente nel disegno di Boscoli, qualche reminescenza dei tratti angolosi dei volti di Cosmè Tura. Nello stesso tempo però il suo segno sembra combattuto, tra influenze francesi alla Tardi e quelle realiste del fumetto classico franco-belga. Oltre a ciò persiste nei suoi volti un’aura antica, che li fa scontrare con l’esperienza dei grandi caricaturisti di fine Ottocento. Questa schizofrenia che si riscontra nel passare da un fumetto all’altro o da un disegno all’altro, è chiaro sintomo dell’estrema varietà e ricchezza di influenze dell’autore. Allo stesso tempo è sintomo di un percorso ancora non concluso di ricerca verso uno stile proprio, che sappia coniugare la gentilezza del tratto e il realismo delle storie, con la vena più oscura, ferrarese appunto, del lavoro dell’autore. La malinconia dei personaggi va, infatti, più in là del mero essere scontenti. I personaggi sembrano costretti a vivere un presente che non gli appartiene, memori al contempo di un altrove o di un passato più ricco. Personaggi che nonostante le età variabili, sembrano già aver subito il peggio, assistito alla propria piccola apocalisse, e nonostante ciò costretti con la propria sola forza a continuare a vivere negli spazi lasciati loro disponibili. Nel suo ultimo lavoro, Emilia, fatto solo di tre tavole, assistiamo invece a un personaggio che si sottrae per timidezza al suo presente. Emilia, infatti, affoga perché si vergogna a chiamare aiuto. Paradosso estremo di un’incapacità di affrontare la vita di adesso, persi tra i sogni e i ricordi di un altrove più gentile e umano.

Se volete continuare il percorso visitate il blog di Duccio su http://duccioboscoli.blogspot.com/

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